Sembra di no; o almeno, se ci sono, la letteratura poco ne parla.
Coordinatore: prof. Tommaso De Luca, già preside dell’Istituto Avogadro
Dal boom economico fino alle grandi dismissioni e trasformazioni industriali degli anni Novanta, la letteratura ha dato voce a fabbriche e operai; oggi non più. Si produce in un altrove distante, lontano dall’interesse della gente che si riaccende solo per uno sciopero, una cessione all’estero, un incidente drammatico.
Nella realtà ci sono fabbriche di biscotti, di surgelati, di vestiti; c’è una ristorazione industriale; c’è un esercito di fattorini gestiti da piattaforme informatiche; veicoli di ogni tipo che trasportano ogni cosa obbedendo ad algoritmi e ci sono lavorazioni tradizionali, in fabbrica, ma gestite in gran parte da operai che non hanno la pelle bianca e parlano un’altra lingua.
La letteratura, l’industria editoriale, non danno particolare attenzione a tutto ciò, ma qualcosa c’è e sempre più si afferma, come dimostra il fatto che grandi autori contemporanei - Andrea Bajani o Michela Murgia - hanno dato eccellenti prove artistiche descrivendo il lavoro che non c’è, o che non è sotto i riflettori della ribalta.
La letteratura dalla fine del lavoro, la narrativa working class, le narrazioni degli addetti ai call center, dei rider, dei lavoratori delle sartorie industriali cinesi, quelle degli operai neri nelle fonderie, degli operai a chiamata, dei trasfertisti, delle operaie delle fabbriche di alimenti o delle catene di distribuzione saranno oggetto di lettura e analisi, per comprendere meglio la nostra contemporaneità.